Analisi e ricerche di mercato no image

Published on Luglio 19th, 2004 | by Daniele Marini - Fondazione Nord Est

0

PMI del Nordest, verso una collaborazione competitiva ?

Di fronte ai processi di trasformazione sociale, economica, culturale che stanno attraversando in questi ultimi anni il sistema Nord Est, appare fondata l’ipotesi che questo territorio si trovi metaforicamente (ma[…] Di fronte ai processi di trasformazione sociale, economica, culturale che stanno attraversando in questi ultimi anni il sistema Nord Est, appare fondata l’ipotesi che questo territorio si trovi metaforicamente (ma non troppo) di fronte ad un bivio, dove scegliere il percorso da intraprendere. Tale scelta, per la complessità e l’incertezza della situazione, necessita di essere accompagnata attraverso interventi strutturali, da sistemi di regolazione che aiutino ad attraversare la fase di transizione. Ciò significa, inoltre, che il disegno del Nord Est deve diventare più “esplicito”, per quanto è possibile immaginare del futuro prossimo, prefigurando alcune linee direttrici. Deve potere disporre di una cornice di riferimento che non può più essere delineata spontaneamente dai singoli attori della società e dell’economia. Perché singolarmente non riescono a fronteggiare le sfide e necessitano che un altro soggetto agisca assieme a loro: la politica e le istituzioni. Perché l’orizzonte dei fenomeni varca ampiamente i confini regionali (si pensi alla questione dell’immigrazione, delle infrastrutture). Perché la concorrenza dei mercati è planetaria. Perché le trasformazioni tecnologiche e le innovazioni sono assai rapide. Perché un evento sull’altra faccia del pianeta si ripercuote nelle nostre province. Perché i fattori propulsivi di questo territorio si stanno velocemente esaurendo: la disponibilità di forza lavoro, lo spazio fisico per la costruzione di insediamenti produttivi, una classe imprenditoriale che ha costruito il suo successo sull’impegno individuale ma per la quale sempre più pressante si pone la questione del ricambio generazionale. Ci sono peraltro segnali, per quanto ancora deboli, con indicazioni a volte contraddittorie che questo disegno (ancora implicito) di trasformazione è in atto. Innanzitutto c’è un chiaro investimento delle giovani generazioni sulla formazione: ormai obsoleta e tramontata l’immagine dell’ imprenditore fai-da-te che riesce a costruire dal nulla una fortuna senza bisogno di alcuna preparazione culturale e scolastica. Oggi per comprendere i processi di mutamento in corso, per avere strumenti di dominio sulle nuove tecnologie, per affrontare con successo la problematica gestione delle risorse umane, serve una preparazione adeguata e di questo le nuove generazioni hanno piena consapevolezza. Anche il sistema delle PMI si sta trasformando; se da un lato sono emersi in tutta la loro forza i limiti derivanti da una dimensione ridotta (difficoltà ad investire in ricerca ed innovazione, mancanza di economie di scala dal lato dei costi, basso potere contrattuale di fronte alla competizione internazionale, ecc) dall’altro stanno emergendo dei fattori di tendenza positivi: – la centralità progressiva che vanno assumendo le medie imprese nello sviluppo economico non solo del Nord Est, ma della stessa Italia . Si tratta di aziende, spesso ad altissimo livello di specializzazione che occupano posizioni di leadership su mercati di nicchia – aumenta costantemente il peso del settore terziario, in particolare quello dei servizi alle imprese, segno di un processo di trasformazione in linea con i paese occidentali più avanzati – prosegue, poi, la diffusione delle nuove tecnologie all’interno dei distretti e in modo significativo, giacché un incremento particolare riguarda quelle tecnologie (ERP, Groupware) – il processo di delocalizzazione delle imprese, pur non essendosi fermato, sta assumendo oggi nuovi connotati che tendono a privilegiare la presenza delle nostre aziende in nuovi mercati di sbocco (come ad esempio la Cina), piuttosto che una mera trasposizione della produzione al solo fine della riduzione dei costi Anche per questi motivi, è possibile affermare che oggi il distretto alle imprese va stretto. Nella competizione internazionale sempre più spinta, le imprese dei distretti cercano nuove reti e altri sistemi di relazione. Si internazionalizzano, ma senza fratture con il territorio di riferimento. Avviano legami produttive e commerciali in altri Paesi, ma cercano di mantenere i rapporti con buona parte dei subfornitori locali, i quali non vengono sostituiti. Dunque, si allargano e si allungano le maglie delle relazioni, senza però recidere quelle sul territorio di riferimento. Il Nord Est va, dunque, oltre se stesso, cercando però una continuità nella sua trasformazione. Esempi emblematici, sotto questo profilo, sono costituiti dai progetti di associazioni di categoria e di istituzioni pubbliche volte ad aiutare gruppi di imprese nel processo di internazionalizzazione . Che segna, oltre modo, anche un progressivo cambiamento culturale nell’azione degli imprenditori, all’insegna del “fare squadra”. A questo tema del “fare squadra” si lega in maniera naturale la questione della rappresentanza politica del sistema economico e sociale. Se fino agli inizi degli anni Novanta, la politica era ancora in grado di esercitare un ruolo di riferimento e di identificazione, oggi questo è attribuito più spesso agli attori della rappresentanza collettiva, all’associazionismo. Facendo loro svolgere un compito che non gli è proprio. Da oltre un decennio, la politica stenta a reintepretare una funzione di regolazione generale, non pare crescere ancora un punto di coagulo, un modo per offrire unitarietà agli interessi di quest’area, una rappresentanza condivisa. E, nel frattempo, quadro si è complicato. Gli attori che prima si riconoscevano nell’idea del Nord Est e che ne erano stati in buona misura i promotori, stanno oggi esplorando nuove strategie, diverse costruzioni di alleanze. Stanno ridisegnando il Nord Est oltre i propri confini geografici, lì dove si accomunano gli interessi, anche indipendentemente dal territorio. Ciò non significa, però, il venire meno della necessità di un sistema di rappresentanza. Anzi, a maggiore ragione, per evitare le spinte centrifughe del “fai da te”, il percorso da intraprendere è individuare i punti di coesione fra interessi comuni da parte degli attori collettivi, pubblici e privati. È un percorso che, ancora una volta, richiede in prima istanza un salto culturale: la capacità di sviluppare una spinta alla “collaborazione competitiva”, che ancora oggi appare poco diffusa, soprattutto presso il ceto dirigente (pubblico e privato). È ineludibile la forza e la vitalità che il valore dell’autonomia ha dato allo sviluppo dell’area. Ma, nel mutato contesto, oltre una certa soglia, tale valore si tramuta in un dis-valore, produce effetti perversi. Quante iniziative, pur lodevoli, vengono svolte da diversi attori nei medesimi ambiti, ciascuna per conto proprio, disperdendo così energie, risorse, capacità di incidere e di pesare nelle differenti sedi? Gli esempi, anche recenti, non mancano: sui temi dell’internazionalizzazione dell’economia e dell’export dell’area, piuttosto che su quelli delle infrastrutture o dell’innovazione tecnologica. La necessaria accelerazione alla trasformazione del Nord Est, dunque, passa attraverso il dismettere un habitus culturale improntato prevalentemente all’agire individuale, a favore di un agire concertato. Che sospinga la connaturata competitività all’interno di un quadro dove il principio della collaborazione, in vista di un risultato atteso migliore, abbia la prevalenza. La capacità di realizzare una nuova orditura di relazioni e di coesione di interessi, dove prevalga l’abilità di includere, piuttosto che quella di escludere. L’ autore. Daniele Marini, direttore Fondazione Nordest – www.fondazionenordest.net




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su ↑