Marketing e comunicazione

Published on Febbraio 21st, 2019 | by Redazione MG News

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PD brand o non brand, questo è il problema

Ormai diversi candidati sia del PD a livello locale, che nazionale (vedi primarie), si chiedono se e quanto giovi l’associazione del loro nome col simbolo del partito.

La questione è sicuramente rilevante; e non solo di opportunità politica. E’ una questione di marketing ed in particolare è in gioco il brand ovvero il marchio che contraddistingue il “prodotto” partito politico PD.

La storia la conosciamo: un partito politico nato una decina di anni fa da una “fusione fredda” come si usa dire tra due forze politiche di matrice e cultura diversa come Margherita e PDS che aveva creato numerose aspettative. Chi lo dipingeva come il Labour Party italiano o emulo dei Democrats americani; chi si augurava che si inserisse a pieno titolo nel filone dei grandi partiti socialisti europei, come quello tedesco o francese. E comunque doveva raccogliere le istanze di giustizia sociale, di valori ambientali e di sviluppo sostenibile (a mitigazione del capitalismo finanziario selvaggio che imperava e che ancora detta le regole) largamente presenti nella società italiana. Il tutto orientato ad un inserimento sempre più forte e convinto dell’Italia nel contesto UE, la cui struttura andava certamente resa più solida ma neanche lontanamente messa in discussione.

In questi anni posiamo dire che è tutto cambiato. E’ entrata in crisi la società italiana, quella europea ed i valori ad esse associate di pacifica convivenza, di tolleranza verso lo straniero, di giustizia sociale. In parallelo sono entrati in defaillance quasi tutti i partiti tradizionali, in primis quelli di tradizione socialista. In  crisi di rappresentanza politica, di valori, di leader in grado di dare una visione, un progetto alla società. E’ entrata in crisi la costruzione europea – i cui limiti peraltro erano ben presenti da molti anni. Ora prevalgono spinte nazionalistiche e xenofobe, e i valori di solidarietà e giustizia sono messi a dura prova.

Per quanto riguarda il PD in particolare, la grave perdita di consenso avvenuta in questi ultimi 2 anni è imputabile a vari fattori, alcuni più generali di cui abbiamo accennato, altri più peculiari della nostra realtà. Probabilmente in termini di immagine di marchio, in questi ultimi 2-3 anni il PD ha perso quasi definitivamente la sua immagine di partito “di sinistra” o comunque di partito “popolare” che persegue le istanze dei ceti sociali meno abbienti e più emarginati. E si è invece connotato – a torto o a ragione in questo contesto non interessa – come partito della borghesia, o come direbbero i populisti delle “elite”.

Quindi oggi candidati del PD si trovano di fronte ad un dilemma non da poco. Presentarsi come candidati del loro partito, facendo leva su un immagine che si è deteriorata agli occhi di molti, o rinunciare a quel “cappello” ? Ma in quest’ultimo caso, qual’è o quali sono i simboli a cui fare riferimento?

Direi che la risposta la possiamo trovare in chiave di coerenza tra immagine percepita del brand e target a cui il candidato si rivolge. Se – come nel caso di Zingaretti – si vuole recuperare la base sociale di operai, disoccupati, giovani, piccolissima borghesia e più in generale strati di popolazione più penalizzati da questi anni di crisi qìil brand PD non funziona più. E bisogna trovare un’alternativa che – ben prima che dal simbolo – deve  partire da un progetto politico fatto di valori in primis e poi anche di proposte concrete.
Se invece, come nel caso emblematico di Calenda, si incarna un politico liberal-democratico perfettamente inserito nel sistema capitalistico e che porta avanti istanze di una classe imprenditoriale e borghese medio-alta, allora può avere un senso utilizzare il simbolo del PD, magari rafforzandolo come spera lui con il contributo di “altre forze politico-sociali” affini. In realtà i sondaggi dicono che questo progetto allargato è al momento una chimera, visto che porterebbe in più ai voti del PD un misero 2%.

A questo punto era meglio se Calenda si candidava alla segreteria del PD, con un programma coerente con la sua visione della società.

 

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