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Published on Gennaio 14th, 2005 | by Ermanno Delia

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India, opportunità di mercato

L’ India, meno pubblicizzata della Cina, si sta rivelando un mercato importante in settori ad elevato contenuto tecnologico, come quello del software. Opportunità di investimento e partnership per le aziende italiane o rischio di delocalizzare anche attività immateriali ad alto valore aggiunto ? L’India ha tutte le carte in regola per divenire il polo di sviluppo software del mondo: un inglese parlato e scritto perfetto da parte della maggioranza della popolazione per interloquire con il mondo, ottimi centri superiori di matematica, informatica ed ingegneria. Gli enti accademici indiani diplomano annualmente ca. 260.000 ingegneri e 300.00 matematici, chimici, fisici, medici, filosofi. L’India conta 250 Università e 1.500 istituti di ricerca divenendo una fonte importante di figure professionali qualificate: basti pensare che si calcola che nel 2020 serviranno in Italia e Gran Bretagna 2 milioni di lavoratori specializzati, 3 milioni in Francia e Spagna, 17 milioni negli USA. l’IBM prevede l’assunzione di 4.730 programmatori in India, anche se allo stato attuale piu’ che la reperibilità delle risorse specializzate il fattore determinante è il costo del lavoro: negli USA un programmatore guadagna ca. 75-100.000 $ l’anno; in India sono sufficienti 10-20.000 $ l’ anno per remunerare un programmatore. Anche la società Accenture è dello stesso avviso: ha pianificato di elevare da 4.300 a 10.000 le proprie risorse umane presenti in India. Nonostante le contraddizioni interne dell’India, la tecnologia inizia ad essere diffusa anche tra la popolazione: sono 26,5 milioni gli utenti di servizi di telefonia mobile (20,7 GSM, 5,8 CDMA), rendendolo anche un interessante mercato di sbocco futuro. L’India quindi come opportunità, ma anche, come competitor temibile quanto la Cina, poichè proprio in quel Paese potrebbe concretizzarsi la delocalizzazione di attività immateriali, parte del processo avanzato di delocalizzazione. Un processo frutto della debolezza dell’Italia (e dell’Europa) in tema di Ricerca e Sviluppo, che sottovaluta le ripercussioni future sia in campo economico che politico internazionale, se consideriamo che dalla R&S dipenderà la conformazione dello scacchiere internazionale futuro.


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