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Published on Gennaio 10th, 2006 | by Paolo Sylos Labini

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Più potere ai distretti !

Riprendiamo volentieri una proposta del famoso economista per un rilancio organico dell’economia dei distretti. Un economista che da vari anni, precisamente dal 1998, si batte per una riforma delle leggi tale da rilanciare la base industriale italiana, e in particolare i distretti, dovrebbe essere soddisfatto nel constatare che un politico al governo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, si è convinto della validità dell’obiettivo in sé e anche della necessità di far ricorso allo strumento normativo.
Tanto da dedicare a questo tema cruciale un lungo capitolo della Finanziaria. L’economista in questione sono io ma debbo confessare di non essere per nulla soddisfatto, perché la proposta incorporata nell’articolo 53 della Finanziaria coincide solo in superficie con quella da me avanzata sul Sole 24 Ore del 15 luglio scorso. Quest’ultima è il risultato di un lungo lavoro corale promosso dal Cnel e a cui hanno partecipato numerosi esperti nelle diverse discipline e rappresentanti della Confindustria e dei sindacati. Invece, nel caso dell’art. 53 la fretta ha portato a risultati in buona parte deludenti. Vediamo perché. Con l’intento e l’auspicio di promuovere integrazioni e miglioramenti al sistema legale in atto.
Nel progetto governativo si rinvia a un successivo decreto ministeriale per i criteri di individuazione dei «distretti produttivi», senza però abrogare la legge 317 del 1991 e i suoi regolamenti attuativi, ma anzi esplicitamente assommandosi ad essa, con l’evidente rischio di generare incertezza e confusione giuridiche. Inoltre, non viene istituita una struttura giuridica di rappresentanza del distretto, come l’«organo distrettuale di coordinamento e d’indirizzo» indicato nella proposta presentata sul Sole, e senza di essa nei distretti non si possono prendere valide decisioni.
Una volta individuati, i distretti potranno godere di disposizioni che snelliscono «adempimenti amministrativi imposti alle imprese», promuovono la ricerca, unificano l’imposizione fiscale e la riscossione dei tributi, facilitano l’accesso al credito. Tuttavia, riguardo agli snellimenti amministrativi non si va lontano perché non si contempla l’unificazione di tutti gli adempimenti, locali e centrali. Quanto alla ricerca, è essenziale instaurare stretti rapporti con le università e gli enti di ricerca; la creazione di una «Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione» ricalca l’indicazione della proposta da me spiegata sul Sole. Le idee sulla fiscalità e sul credito appaiono corrette; ma dal momento che si tratta di utilizzare al meglio norme già esistenti, spetterebbe agli «organi distrettuali» occuparsene, com’è previsto nel progetto illustrato sul Sole.
La proposta pubblicata sul Sole 24 Ore e la relativa bozza di disegno di legge hanno suscitato notevole interesse e ispirato ben 50 “emendamenti” di cui abbiamo cercato di tener conto in una bozza aggiornata, che ho consegnato giorni fa al presidente dell’Associazione dei distretti. Ci si è sforzati di fare in modo che gli industriali e i sindacalisti considerino la riforma non come calata dall’alto, ma come cosa propria. Nella Finanziaria manca qualsiasi accenno a una collaborazione con l’Europa. E di un Piano europeo ora intendo parlare, che si ricollega strettamente con la riforma della normativa sui distretti giacché il progetto di legge pubblicato dal sito del Sole contiene almeno tre articoli che stabiliscono la base per un’azione comune con l’Unione europea. Il Piano, elaborato assieme a Giorgio Ruffolo e all’europarlamentare Giulietto Chiesa, è fondato sulla combinazione di infrastrutture, alla Delors, e di investimenti innovativi. Le ristrettezze finanziarie odierne riguardano i conti pubblici nazionali, ma in Europa la liquidità abbonda, cosicché si potrebbe lanciare con successo un prestito obbligazionario (secondo una vecchia idea); le risorse ottenute potrebbero essere gestite dalla Banca europea degli investimenti, con pochi adattamenti. I progetti d’investimento pubblici e privati dovrebbero avere interesse europeo ma, in una prima fase, non potrebbero essere ambiziosi: occorre un rodaggio. In seguito, se tutto va bene, potrebbero diventarlo.
Il Piano avrebbe in Italia una base valida nella bozza di legge che mira a rilanciare l’industria. Progetti di infrastrutture d’interesse europeo sono già disponibili. Per i progetti privati innovativi la selezione non è facile: ve ne sono numerosi da considerare, alcuni ormai vicini alla maturazione, riguardanti le varie fonti di energia, per usi mobili e per usi fissi, e le nuove industrie, come la meccatronica.
Il Piano ha già ricevuto riscontri positivi a Strasburgo, dove molti hanno osservato che un’iniziativa di questo genere dà speranza, un sentimento di cui oggi tutti hanno bisogno. Per mettere ben in chiaro che non si tratta di un’iniziativa di parte, Ruffolo e io, noti in primo luogo come economisti, illustreremo il Piano in una lettera che sarà inviata a tutti i parlamentari interessati. Il Piano dovrebbe essere approvato dallo stesso Parlamento europeo.
Le due iniziative che ho richiamato, quella sui distretti e il Piano, riguardano il bene comune e perciò non dovrebbero incontrare gravi difficoltà. Invece le incontrano. Hanno però ricevuto l’importante apprezzamento del Presidente Ciampi, sia in luglio durante la sua visita al Sole-24 Ore sia pochi giorni fa in un incontro al Quirinale, nel quale Chiesa e io lo abbiamo informato dell’iniziativa europea. Ciampi, com’era facile prevedere, ha dato la sua piena approvazione. È possibile perciò ben sperare? È possibile, ma nelle attuali condizioni è arduo.

Paolo Sylos Labini – Tratto da Il Sole 24 ore online


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