Imamoglu arrestato in Turchia. Una speranza si apre?
Abbiamo scritto in un recente articolo che in un contesto mondiale pieno di incertezza, nazionalismi, sospetti reciproci, guerre e violenze non dichiarate ma che producono migliaia di morti, qualcosa sembra muoversi dal basso, e questo movimento viene da Oriente. I recenti fatti in Turchia confermano tutto ciò.
La notizia ha fatto in breve il giro del mondo. Ekrem Imamoglu, sindaco di Instanbul e principale esponente del partito Chp, laico ed erede della tradizione di Ataturk il fondatore della moderna Turchia, è stato imprigionato con accuse gravissime che ai più appaiono fondate sul nulla. I reati contestati sono da un lato la corruzione e dall’altro il sostegno al partito estremista curdo del PKK.
Piccola parentesi che da già l’idea di quanto pretestuose appaiano subito queste accuse. Recentemente il leader del PKK in prigione Abdullah Öcalan ha chiesto al suo gruppo di abbandonare la lotta armata. Ovvero di fatto di accettare il governo turco e puntare alla pacifica convivenza dopo 40 anni di lotte sanguinose.
Questo fatto – unito al crescente scontento per il governo di Erdogan – soprattutto per le questioni economiche ma anche per le ripetute violazioni dei diritti civili, ha probabilmente destabilizzato l’attuale establishment turco, al potere ormai da più di vent’anni.
Anche se le prossime elezioni presidenziali sono lontane (2028), qualcuno sostiene che potrebbero essere convocate in via anticipata per permettere ad Erdogan di candidarsi per l’ennesima volta. E il timore che un malcontento sociale così marcato ed un avversario politico così forte possano portare ad una sconfitta del Sultano è forte.
Quindi qual’è la strada più breve? Liberarsi dell’avversario politico. Accusandolo di crimini odiosi e incarcerandolo, rendendolo così inoffensivo. In questo Erdogan segue le tracce del suo “amico” Putin che si spinge ancora più in là con gli avversari politici, come abbiamo visto con Aleksej Naval’nyj.
Ma quello che forse Erdogan e suoi sodali non avevano previsto è la reazione che ha avuto il popolo turco che non si è lasciato intimidire dalle minacce governative e dall’azione violenta e repressiva della polizia.
Sono soprattutto i giovani a manifestare. E questo è forse il segnale più importante. C’è stanchezza per un regime violento e repressivo che ha limitato i diritti civili, imposto una visione religiosa dello Stato, di fatto rinnegando i principi su cui era stato fondato lo stato moderno turco.
I giovani turchi hanno voglia di libertà, guardano all’Europa e ad una possibile integrazione con la UE. Questo processo è stato bloccato a causa appunto dei pesanti dubbi sul regime di Erdogan, oltrechè su una situazione economica altamente instabile.
Se pure in modo diverso, in Siria si sta avviando in mezzo a varie difficoltà un processo di democratizzazione permesso dall’abbattimento del sanguinoso regime di Bashar Assad; in Libano finalmente si stanno avviando a normalizzazione le istituzioni democratiche dopo anni di instabilità. I palestinesi reclamano a gran voce la possibilità di avere una loro terra e di poter vivere in pace con gli altri popoli, in primis Israele. Ed in Israele cresce il malcontento per il governo di Netanyahu, che dopo un anno e mezzo di guerra non ha portato a casa tutti gli ostaggi, non ha distrutto Hamas ed in compenso ha fatto decine di migliaia di morti civili a Gaza e nel Libano.
La speranza è che la Turchia si liberi del suo fardello del passato e che si apra una speranza anche per altri paesi. Che altri movimenti popolari vengano spinti a ribellarsi allo status quo. Penso alla Russia, all’Iran, all’ Egitto ma perchè no? anche all’Ungheria di Orban.
Il vento di libertà sta cominciando a soffiare da Est. Ed il vento porta cambiamento.
